Fin dal 1968, in Italia, si è verificato un processo di politicizzazione della Magistratura. In particolare la sua corrente “Magistratura democratica” teorizzava l’uso della giurisdizione come strumento per la trasformazione rivoluzionaria del sistema politico-economico. Cominciavano i pretori del diritto del lavoro che, mediante l’applicazione del cosiddetto“diritto diseguale”- per cui la legge doveva trattare in modo diverso, e comunque doveva essere interpretata in modo tale da trattare diversamente, situazioni diseguali al fine di realizzare di fatto l’uguaglianza- perseguivano la “via giudiziaria al socialismo”. E su questa via veniva affermato espressamente il ruolo di opposizione politica della magistratura che da un lato evidenziava “ la falsità di miti quali quelli della neutralità della legge, dell’apoliticità del giudice, dell’indipendenza della magistratura” e dall’altro teorizzava le lotte sociali come fonti di una “nuova legalità” , conseguita mediante il “superamento del formalismo normativo” , “l’interpretazione evolutiva” della legge e, quindi, l’attuazione di una “giurisprudenza alternativa”. Questa era la situazione nella quale veniva rivolto l’appello a Giudici ed Avvocati per scongiurarli di smetterla con amenità come l’interpretazione evolutiva, la giustizia sostanziale e addirittura la supplenza del potere legislativo e di tornare alla pura e semplice applicazione della legge, cioè alla certezza del diritto. Con la nota sul concetto di giustizia si afferma che solo in sede politica, non in sede giurisdizionale, è attuabile una “giustizia” diversa da quella incorporata nella legge. Mentre con lo scritto “Quid jus?” si sostiene che, contrariamente alla convinzione generale, il diritto non ha scopi diversi, ma la sua funzione propria non può essere che unica ed esclusiva. Il testo è pubblicato sia in lingua italiana che inglese.